KARATE-DO OLTRE LO SPECCHIO. La pratica come stile di vita. di Giorgio Marras

Karate-Do oltre lo specchio

Giorgio Marras

“Ora,se solo vorrai ascoltarmi….. ti dirò tutte le mie idee sulla Casa oltre lo specchio.”

“Prima di tutto c’è la stanza che vedi quando guardi nello specchio, è esattamente la stessa che c’è di qua solo che le cose vanno all’inverso…oh, Kitty, come sarebbe bello se solo potessimo entrare nella Casa oltre lo specchio!”

“Immaginiamo che ci sia un modo per arrivarci…”

“Immaginiamo che il vetro diventi soffice come un velo, così da poterci passare attraverso.”

“Ehi, ecco che si sta trasformando in una specie di nebbia! ”

(Lewis Carnol – attraverso lo specchio e ciò che Alice trovò di là)

 

A COSASERVE IL KARATE-DO?

Questa domanda prima o poi si pone a chi pratica da un po’ di tempo, ed è una domanda che sorge dal confronto tra le proprie aspettative e ciò che realmente avviene.

Cosa possiamo incontrare andando oltre la superficie sulla quale siamo abituati a riflettere il nostro karate-Do?

Diversamente da altre discipline che sono manifestamente orientate al combattimento sportivo o alla difesa personale, il karate-Do ha mantenuto un profilo più sfumato.

Accade quindi che il pubblico che si rivolge a quest’arte, sia estremamente eterogeneo, sia per quanto riguarda l’età, la preparazione fisica, eventuali precedenti esperienze in ambito marziale, sia soprattutto per quanto riguarda le aspettative ovvero quello che ciascuno verrebbe ottenere.

Chi cerca la salute, chi la capacità marziale, chi lo sviluppo spirituale; ognuno proietta nel Karate-Do le sue insicurezze, ognuno cerca per così dire di piegare il Karate-Do alle proprie esigenze personali.

Purtroppo o per fortuna, il Karate-Do ha una ben precisa struttura interna, poco visibile ad un primo contatto, ma molto vincolante; non vedendola si avrà una pratica totalmente inefficace, vedendola si tratterà di decidere che cosa e quanto investire di sé.

Se è vero che il Karate-Do significa “Arte Marziale fondata sul principio Supremo – (Do = Via)”non è presuntuoso che esso faccia ciò che vorremo noi?  Non sarebbe più onesto cercare di scoprire che cosa il Karate-Do vuole da ciascuno di noi?

 

DAL MITO ALLA REALTA’

Spostando la questione da ciò che noi vorremo a ciò che si vuole da noi (o da un altro punto di vista, da ciò che viene offerto), si fa piazza pulita di tutto ciò che si pensa o si è pensato del Karate-Do.

Si tratta di scegliere un sistema ed applicarlo con coerenza abbastanza a lungo da poterne apprezzare gli effetti.

Le figure quasi leggendarie dei grandi maestri in questo non ci aiutano molto; le straordinarie capacità che sono loro attribuite e che molto spesso sono documentate, ci fanno sentire inetti, ci fanno sospettare che qualche misterioso segreto sia stato nascosto, o qualcosa del genere.

Certamente è responsabilità di chi insegna, esplorare le tracce lasciate dai Maestri e accertarsi che il sistema che si propone sia efficace e fondato su basi solide.

Poi si tratta di incamminarsi ascoltando passo dopo passo ciò che il Karate-Do ci chiede di trasformare in noi stessi.

Ogni tanto qualcuno chiede:           “quanto tempo ci vuole per imparare il Karate-Do?”

La domanda va riformulata perché il Karate-Do non si impara perché non è una tecnica, ma un principio operativo della realtà.

Diciamo piuttosto che si impara a manifestarlo rimuovendo poco a poco ciò che ci tiene lontani.

Certo è che non ci si possono aspettare risultati profondi in poco tempo. Anche nel Karate-Do c’è l’apprendimento elementare, lo studio superiore, l’università, e poi il lavoro autentico su di sé.

La durata del corso di studi dipende interamente dall’impegno personale; nessun professionista, può aspettarsi di raggiungere una vera competenza in pochi anni lavorando un giorno o due a settimana!

Specchiarsi nel Karate-Do significa lasciare che esso ci mostri se stesso, come siamo e come via via diventiamo; il nostro esercizio personale ci fa da specchio, così come il nostro compagno o compagna di allenamento.

LA CORNICE

Lo specchio Karate-Do ha una cornice di foggia piuttosto antica, ma sempre attuale, che definisce le regole in virtù delle quali lo specchio stesso può funzionare correttamente senza distorsioni.

Il contesto creato da tali regole è definito Marziale ovvero collegato in modo più o meno diretto alla Via del Guerriero.

Analizzeremo altrove il senso della figura del Guerriero nel  mondo di oggi, qui mi limito ad enunciare la qualità primaria e fondante:           LA PRESENZA INTEGRALE– L’ESSERCI SENZA RISERVE.

Il praticante di Karate-Do deve essere presente con tutto se stesso, e quando lo è si aspetta che chi si allena con lui faccia altrettanto.

Chi combatte sul ring lo impara a suon di pugni; i militari delle unità speciali lo imparano in mezzo al fragore delle esplosioni, con le urla dell’istruttore nelle orecchie.

Noi non usiamo questi sistemi perché abbiamo bisogno di operare su frequenze più sottili, abbiamo bisogno di imparare il linguaggio dei segnali deboli, quelli cioè che ci parlano di ciò che accade all’interno piuttosto che di quello che si vede fuori.

 

IL SEGRETO DEI CORPI SPECIALI

Da questo punto di vista coloro che praticano il Karate-Do di qualità, costituiscono “un corpo di elite” l’appartenenza al quale è definita da quel particolare tipo di presenza che non può essere imposta ma, solo scelta consapevolmente momento per momento.

Anche il loro corpo fisico tende a diventare in un certo modo un “corpo speciale” non per effetto automatico dell’apprendimento tecnico, ma grazie a quel particolare modo di impiegarela Consapevolezzae l’Intenzione.

Questo forse è uno dei pochi segreti del Karate-Do, abbastanza profondo da modificare radicalmente la qualità della pratica ma ben custodito dall’apparente semplicità della sua formulazione (usare la mente, non usare la forza) e dalla sostanziale impossibilità del linguaggio di trasmettere un’esperienza che va un po’ al di là di quanto accessibile ai nostri cinque sensi esterni.

Così, accade spesso che, chi è abituato al “registro forte dell’arte marziale” non si sente motivato a lasciare la sicurezza di ciò che già conosce, e chi all’opposto non ha alcuna esperienza marziale esita a mettere in gioco con determinazione le proprie potenzialità.

In entrambi i casi si tende a stazionare in una sorta di inerzia di cui, beninteso, nessuno muore, ma che alla lunga dà la sgradevole sensazione di “esserci senza esserci”.

 

OLTRE LO SPECCHIO

Assumere la giusta presenza e specchiarsi nel Karate-Do è solo il primo passo, ma poi ci rendiamo conto che l’immagine che vediamo è pur sempre relativa, mediata dalle condizioni della nostra coscienza.

Allora può diventare interessante cercare un punto di vista radicalmente diverso e questo è ciò che definisco “attraversare lo specchio”.

Solo dall’altra parte, “nella casa oltre lo specchio” alcune verità del Karate-Do sono visibili e sperimentabili.

Il metodo per farlo è ben descritto da Lewis Carrol nella frase citata all’inizio, si tratta di rendere fluido e permeabile ciò che ordinariamente appare solido, e questo non ha nulla di misterioso o magico, fa parte integrante dell’addestramento tradizionale Karate-Do, ma richiede a sua volta metodi specifici di allenamento.

Giorgio Marras – Direttore tecnico A.S.D. Shin Ki Tai, via delle Rane 27, Cagliari

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